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venerdì 29 aprile 2016

FBI - April Awards Ceremony



Federal Blogger Investigators è una rubrica da me creata a cadenza mensile, inerente a una delle diramazioni più importanti dell'F.B.I.: i Blogger Investigators. ;) Ogni primo venerdì del mese verrà inserito un post con degli indizi che portano a un libro/film o serie tv specifico/a... chi vorrà partecipare dovrà cercare di indovinare. L'ultimo venerdì del mese verrà annunciato il vincitore che si approprierà della targhetta/certificato che attesta in modo ufficiale il blogger come vero Agente.


Eccoci arrivati al venerdì più importante del mese: il giorno della premiazione!
Anche questa volta posso ritenermi soddisfatta del riscontro ottenuto, ho notato molti bravissimi agenti e trovato un altro Agente Senior che, grazie alla sua esperienza, ha indovinato il film in questione, dopo aver letto i seguenti indizi:

  1. Il titolo - in lingua originale - è stato cambiato due volte;
  2. Il regista è anche attore;
  3. All'interno del film è presente una canzone che ha venduto più di due milioni di copie.

Congratulazioni quindi al nostro Agente Speciale
mercoledì 27 aprile 2016

Review: Tatiana & Alexander, Paullina Simons


E dopo le sofferenze de Il cavaliere d'inverno, eccomi di nuovo con questi due tragici innamorati.
Tatiana e Alexander, due anime perdute che si sono ritrovate l'uno nel cuore dell'altra... una storia d'amore ricca di dolore, sacrifici e scelte difficili...

Vi anticipo che non ci saranno spoiler durante la recensione.


TATIANA & ALEXANDER

Paullina Simons

TITOLO ORIGINALE: Tatiana and Alexander
GENERE: romanzo storico, d'amore, di guerra
PRECEDUTO/SEGUITO DA: Il cavaliere d'inverno, Il giardino d'estate


TRAMA: 
La diciottenne Tatiana Métanova dà alla luce suo figlio Anthony Alexander Barrington sulla nave che la sta portando verso la salvezza: L’America, la terra delle opportunità. Si è lasciata alle spalle Leningrado assediata dai nazisti, e un’Unione Sovietica devastata dal conflitto, dalla fame, dal gelo, dalle lotte intestine. E purtroppo anche l’adorato Alexander, suo marito, il giovane ufficiale dell’Armata Rossa di cui si è perdutamente innamorata a prima vista proprio il giorno in cui la Germania ha dichiarato guerra al suo Paese. Alexander che si è sacrificato per consentire a lei e al bambino che porta in grembo di avere un futuro. Tatiana, pur disperata, non può arrendersi. deve resistere per suo figlio. E a New York trova lavoro, amici e la vita che aveva sognato. Ma il suo dolore è inconsolabile, i fantasmi del passato non le danno tregua, la voce di Alexander continua a risuonare nelle lunghe notti insonni. Non può, non deve essere morto. Non può averla abbandonata, glielo aveva promesso… perché il loro amore che ha sconfitto l’inverno e la fame, che ha gridato più forte delle bombe, che come un fiore è sbocciato nella neve e nel gelo, non può finire così…



In questo libro ho sofferto davvero tanto, forse più che nel primo - per quanto fosse possibile.
Insomma, Paullina sa come farti perdere il senno e impazzire per una storia d'amore: gioca bene tutte le sue sadiche carte.
mercoledì 20 aprile 2016

Imagine All The People w/ Ethan Holt




Imagine All The People è una rubrica di BTS of my Soul dove mensilmente racconterò la mia percezione riguardo un personaggio scelto all'interno del meraviglioso mondo dei libri.


Il personaggio di questo mese è Ethan Holt dal libro Cancella il giorno che mi hai incontrato - Bad Romeo, Leisa Rayven.

  • PRESENTAZIONE: Ho letto questo libro molto tempo fa, mi sembra siano passati due anni, quindi purtroppo non ricordo bene la descrizione del personaggio... ricordo però il carattere del giovane Ethan e di quello più grande e maturo, ma in entrambi i casi aveva il mio cuore totalmente nelle sue mani;

  • INTERPRETE:
lunedì 18 aprile 2016

#MotivationalMonday w/ Elisabeth Gilbert




#MotivanionalMonday rubrica di BTS of my Soul a cadenza settimanale dove, ogni lunedì, verrano postate frasi motivazionali e di ispirazione, accompagnate da un consiglio letterario o cinematografico il più possibile inerente al contesto.


It's better to live your own destiny imperfectly than to live an imitation of somebody else's life with perfection.
- Elisabeth Gilbert

Questa settimana voglio farvi iniziare con la frase di una scrittrice che è rimasta nella classifica dei libri più venduti, stilata dal New York Times, per ben 187 settimane - non so se mi spiego.
Parliamo di una donna che ha fatto della sua vita una storia ricca di spunti; una donna che, grazie al suo coraggio, ha saputo stravolgere il suo quotidiano ed essere di grande ispirazione, ricordando a tutti che non si deve aver paura di seguire il proprio cuore.

È meglio vivere il tuo destino imperfettamente che vivere l'imitazione della vita di qualcun altro con perfezione.

Forse sono proprio le cose più scontate ad essere quelle più difficili, non trovate? In fin dei conti questa frase ci dice semplicemente di vivere la nostra vita, seguendo ciò che amiamo e vogliamo fare... ma quanti di noi lo fanno veramente?
Naturalmente c'è chi ci riesce, ed ha la mia stima più totale, ma tante altre persone non hanno ancora trovato la forza necessaria per riuscirci e si sono smarrite per le ragioni più disparate.

Con questo #MotivationalMonday vorrei proprio dare una spinta in più a quelle meravigliose anime che si stanno privando del loro incredibile destino, della loro meravigliosa vita ricca di sorprese e soddisfazioni. Ogni strada conduce a sentieri tortuosi e momenti poco piacevoli, ma non dimenticate mai che meritate di poter sopportare tutto ciò attraverso altrettanti, se non di più, momenti straordinari che vi aiuteranno ad andare avanti.
venerdì 15 aprile 2016

Good Vibes - Impossible vs Hard




#GoodVibes rubrica di BTS of my Soul a cadenza mensile. Lo scopo di questa rubrica è suscitare nei lettori sensazioni positive, cercare di essere d’ispirazione attraverso post che tratteranno argomenti in grado di spronare i lettori.


Bentornati a un nuovo appuntamento della rubrica Good Vibes. :)

Oggi tratteremo un argomento che mi è passato per la mente una mattina, mentre andavo a lavoro - vi rendete conto che il mio cervello inizia a lavorare già dalle sei? Inconcepibile, devo porre rimedio.
Comunque, voglio analizzare insieme a voi la differenza tra le parole difficile e impossibile; voglio provare ad aiutare persone che, come me, troppo spesso si ritrovano a confondere i due vocaboli e arrendersi con estrema facilità, privandosi così delle cose più belle che la vita ci può offrire.

diffìcile agg. [dal lat. difficĭlis, comp. di dis-1 e facĭlis «facile»]. – 1. a. Non facile, che richiede quindi sforzo, fatica, attenzione, abilità: da farea direa ottenereimpresa d.; lavoro da eseguire o di desecuzioneun’operazione (chirurgica) d.; lingua dda imparareargomento da trattarsi; pieno di difficoltà, di disagi: la vita diventa sempre più d.; rendere la vita da qualcunoavere il respiro d., faticoso. Nell’alpinismo, scalata d., molto d., straordinariamente d., estremamente d., rispettivamente di 3°, 4°, 5° e 6° grado. In contrapp. a facile, in alcuni suoi usi recenti, per indicare inettitudine, scarsa disposizione: avere il sorriso d., essere restìo a sorridere. Come predicato, con valore neutro: è davere tutto ciò che si vuoleè assai dconvincerlo; con la negazione, non è d., è probabile, può darsi: non è dche ritorni domani stesso


È difficile sfidare le proprie insicurezze, avere un faccia a faccia con i propri timori, oltrepassare i limiti e raggiungere obiettivi utopici, ma ciò che li rende impossibili siamo solo ed esclusivamente noi.
"Noi siamo gli artefici del nostro destino" è forse la classica frase fatta un po' troppo astratta, sono però fermamente convinta che siano le decisioni che prendiamo ogni giorno a dare un percorso preciso alle nostre vite. Anche il gesto più stupido e all'apparenza irrilevante, come può essere scegliere di mangiare un gelato al posto di un piatto sano, influisce sul nostro domani, quindi provate a immaginare quante decisioni determinano il nostro futuro.

Purtroppo, quando si tratta di dover prendere in mano la situazione e responsabilizzarci, molti di noi - me in primis - si comportano da vigliacchi, preferendo piangersi addosso invece di reagire.
Non ci piace il nostro fisico e vorremmo essere più toniche e magre? Perfetto! Perché invece di continuare a mangiare male e crogiolarci sul divano, non alziamo le nostre chiappe per fare qualche esercizio e ci rivolgiamo a un dietologo o nutrizionista? Be', ovviamente lamentarsi, leccando l'indice pieno di Nutella è meno faticoso, ma spesso la scusa che troviamo è simile a un "non ho tempo e comunque è tutta questione di costituzione".
Questo è solo un esempio e vi assicuro che potrei farne altri mille: lavoro, viaggi, corso di studi... ogni singolo desiderio, che non proviamo nemmeno a realizzare, nel nostro cervello farà parte delle cose impossibili, ma sappiate che ci stiamo mentendo spudoratamente.
Abbiamo la straordinaria capacità di trasformare in impossibile ciò che è difficile perché non disposti al sacrificio, alla fatica, a sforzarci un po' di più per arrivare dove vorremmo... questo atteggiamento, però, non ci porterà lontano.
Fino a qualche mese fa credevo fosse impossibile andare in palestra: mi sveglio alle sei del mattino per andare a lavoro e la sera non arrivo a casa prima delle 18.30/19 - quando non faccio straordinari; mangiare, cucinare, aiutare in casa, insomma, ci vuole veramente poco ad arrivare alle 22.30/23 e a quel punto è davvero ora di dormire. Eppure con un po' di sforzo, qualche sacrificio e un'abilità di cui non ero a conoscenza, ora vado in palestra due volte a settimana e nel weekend cerco di completare attraverso esercizi di Yoga.
Tralasciando il discorso economico, perché non tutti possono permettersi di spendere le stesse cifre e purtroppo c'è chi non ha proprio soldi disponibili per questo genere di attività, quello che voglio farvi capire è che possiamo ottenere tantissimo se abbiamo un po' di forza di volontà. Chi dice che per fare palestra ci si debba iscrivere in un centro apposito? Esistono svariati tutorial in rete, perfino delle app, che possono accompagnare il vostro allenamento, dandovi ottimi spunti... senza parlare della corsa, per quella vi bastano delle scarpe e una strada.
Ma il punto non è l'attività fisica, il punto è: siete sicuri che quella cosa che tanto desiderate sia impossibile e non solo difficile da ottenere? Magari non è possibile in questo preciso momento, ma non significa che sia impossibile.

Ho trascorso buona parte della mia vita a credere che il destino ce l'abbia con me, che ami farmi soffrire e vedere fallire: tanti sogni distrutti ancora prima di iniziare e collezioni infinite di delusioni, ma posso davvero colpevolizzare altri se non me stessa? No, non più. Ora ho capito che se quel sogno che porto nel cuore da quando ho memoria, è ancora lì chiuso nel cassetto, è colpa mia perché non ho mai lottato davvero per realizzarlo. Mi sono fatta trascinare dalle paure, ho camminato in pianura perché le salite erano più faticose, sono andata dritta verso una strada senza uscita fino a sbattere contro un muro.

impossìbile agg. [dal lat. tardo impossibĭlis, comp. di in-2 e possibĭlis «possibile»]. – 
1. 
a. Che non è possibile, sia in senso assoluto sia in relazione a determinate persone o circostanze (o anche, con uso estens. e iperb., che è cosa assai difficile): iad accaderea farsia dirsia pensarsiimpresasogno ia realizzarsicredereritenere i.; guarigionedifesa i.; ogni ulteriore resistenza era i.; a Dio nulla è i. (e con riferimento enfatico a persona influente, che ottiene con facilità ciò che vuole: a lui, o per luiniente è i.); problema d’isoluzioneè materialmente ifare in tempomi è iaccettareaccontentartiè iandare avanti cosìè umanamente idurare in questa situazione; con la negazione, non è i., ammettendo che una cosa, per quanto difficilmente, possa accadere o abbia qualche probabilità di esito. In matematica, sistema i., locuz. talora usata, impropriam., per sistema (di equazioni) incompatibileFigure i., particolari rappresentazioni prospettiche che risultano da costruzioni geometriche tridimensionali volutamente incongrue e non corrispondenti ad alcun oggetto reale o comunque materialmente costruibile, ma tali da produrre effetti illusorî e paradossali. Nel linguaggio giur., reato i., quando, per la inidoneità dell’azione o per la inesistenza dell’oggetto di essa, non può aver luogo l’evento dannoso o pericoloso che costituisce il reato. Pare i.!, come esclam., a proposito di fatti veri ma che si stenta quasi a credere tali; analogam.: pare iche tu capisca sempre a rovesciosembra iche non ci sia una fontana in tutta la zona. Enfatico il superl. impossibilissimo

Troppe volte commettiamo l'errore di prendere la strada più facile, rinunciando a qualcosa di difficile perché sicuri che sia impossibile.



Be', ora prendete i guantoni e combattete per ciò che desiderate... non avete più scuse, ora sapete che è possibile! ❤
lunedì 11 aprile 2016

#MotivationalMonday w/ Nayyirah Waheed




#MotivanionalMonday rubrica di BTS of my Soul a cadenza settimanale dove, ogni lunedì, verrano postate frasi motivazionali e di ispirazione, accompagnate da un consiglio letterario o cinematografico il più possibile inerente al contesto.


If the ocean can calm itself, so can you. We are both salt water mixed with air.
- Nayyirah Waheed


Il primo dell'anno vi ho proposto la mia lunga lista di buoni propositi per questo 2016 - New Years Resolutions 2016 - e, come potete verificare, tra i diversi punti c'è chase my body goal.
Non mi sono mai impegnata più di tanto per migliorare il mio fisico, nonostante non mi piacesse e me ne lamentassi parecchio, ma da qualche anno la consapevolezza che stare seduta con le mani in mano non mi permetterà di star bene con me stessa, ha come acceso una miccia dentro di me.
Come molti di voi già sapranno, ho un personal trainer che mi segue in modo costante e questo implica un notevole sforzo fisico, ma anche economico - purtroppo non mi piovono euro dal cielo, ciò nonostante conosco i miei limiti e preferisco fare delle rinunce così da poter spendere i soldi per il bene della mia forma fisica -; ad ogni modo, oltre alle lezioni con Marina, sento di aver bisogno di intraprendere un percorso parallelo ed è così che ho deciso di immergermi nello Yoga.

Se l'oceano può calmarsi da sé, tu puoi fare altrettanto.
Siamo entrambi acqua salata mischiata con aria.

È così che ho trovato la citazione, è così che mi sto innamorando di questa disciplina che armonizza corpo e mente, conducendo ad una sensazione di benessere.
Questa bellissima frase è così profonda e ricca di significato che non potrà mai avere una sola interpretazione: ognuno di noi, in base alle proprie conoscenze, esperienze, al proprio essere, al proprio modo di pensare, saprà darne una personale spiegazione.

Quello che mi sento di dire oggi in merito a questa citazione - complice forse il periodo e i recenti avvenimenti all'interno della mia vita -, è che non importa quante difficoltà troveremo lungo il nostro cammino, sapremo sempre e comunque rialzarci e trovare il nostro equilibrio per andare avanti.

In fin dei conti, pensandoci bene, quante volte ci capita di vedere il mondo crollare sopra le nostre teste? Come se non ci fosse più uscita, come se non avessi più modo di sopravvivere?
Quante di queste volte è stato davvero così?
Non credo sia necessaria una mia risposta; se sarete qui a leggere il post, saprete da voi che la forza di calmarvi, trovare pace dentro di voi e andare avanti nonostante tutto, vi scorre dentro le vene.

E visto che siamo nello spirito giusto, con questa frase vi suggerisco un film, tratto dal libro Sette anni nel Tibet, Heinrich Harrer.


SETTE ANNI IN TIBET

Jean-Jacques Annaud

TITOLO ORIGINALE: Seven Years in Tibet
REGIA: Jean-Jacques Annaud
SCENEGGIATURA: Jean-Jacques Annaud Iain Smith John H. Williams
PRODUTTORE: Jean-Jacques Annaud, Iain Smith, John H. Williams per Mandalaya Entertainment
PAESE DI PRODUZIONE: USA
GENERE: biografico, drammatico
ANNO: 1997
DURATA: 128'

TRAMA:
Il giovane Heinrich Herrer, scalatore austriaco adottato dal nazismo, nel 1939 si aggrega a una spedizione per scalare una montagna del Tibet. L'impresa non riesce. Di ritorno al campo Heinrich viene arrestato dagli inglesi che nel frattempo sono entrati in guerra contro la Germania. Evade e in compagnia dell'amico Peter comincia a vagare per il Tibet. Passano gli anni e i due giungono a Lhasa, la città sacra dove vive il Dalai Lama bambino. Fra il "dio incarnato" ed Heinrich si forma un'amicizia che diventa affetto. Nei sette anni passati nella città sacra accadranno fatti importanti, primo fra tutti l'invasione del Tibet da parte dei cinesi, che costringerà tutti a fuggire, Lama compreso. Tornato in patria Herrer riprenderà la sua attività, dopo aver recuperato l'affetto di un figlio (vero) che non aveva mai visto. L'uomo, autore del libro da cui è tratto il film, tuttora vivente, è ancora amico del Dalai Lama eternamente esule.


Che mi dite di questo #MotivationalMonday? Vi è piaciuta la frase? Che interpretazione dareste voi?

Vi auguro una splendida settimana. ❤

Con amore,
Jennifer
venerdì 8 aprile 2016

FBI - April 2016




Federal Blogger Investigators rubrica di BTS of my Soul a cadenza mensile, inerente a una delle diramazioni più importanti dell'F.B.I.: i Blogger Investigators. ;) Ogni secondo venerdì del mese verrà inserito un post con degli indizi che portano a un libro/film o serie tv specifico/a... chi vorrà partecipare dovrà cercare di indovinare. L'ultimo venerdì del mese verrà annunciato il vincitore che si approprierà della targhetta/certificato che attesta in modo ufficiale il blogger come vero Agente.


Regolamento - ATTENZIONE, c'è una novità importante:


  • la partecipazione è aperta a tutti i blogger lettori fissi di questo blog;
  • se possibile, pubblicizzare l'iniziativa sui social network - esempio: Google+, Pagina Facebook, Twitter.. etc.;
  • è consentito porre domande - la commissione deciderà se sarà o meno opportuno rispondere;
  • è consentito dare un massimo di tre risposte - da inviare tramite email all'indirizzo jennifermarando88@gmail.com;
  • come impostare la mail per facilitarne la lettura nella mia posta in arrivo, nell'oggetto inserite il titolo del post - "FBI - #mese e anno corrente", il link al vostro blog e le risposte;
  • è possibile partecipare fino al giovedì prima dell'ultimo venerdì del mese - ovvero quando verrà annunciato il vincitore;
  • alla fine dell'anno - quindi a partire da Dicembre 2016 - il blogger che avrà vinto più volte di tutti l'attestato vincerà il premio di "Miglior Agente" e riceverà un buono regalo di 10,00 € su Amazon o Kobo - il vincitore mi indicherà la preferenza privatamente.

Siete pronti? Vi siete allenati duramente come se foste a Quantico? Mi raccomando, vengono reclutati solo i migliori agenti. :)



Ecco gli indizi del film che dovrete indovinare:

  1. Il titolo - in lingua originale - è stato cambiato due volte;
  2. Il regista è anche attore;
  3. All'interno del film è presente una canzone che ha venduto più di due milioni di copie.

Attendo con ansia le vostre eventuali domande e risposte... :)

Buona fortuna a tutti,
Jennifer

mercoledì 6 aprile 2016

Recensione: Scandal, Shonda Rhimes


Dio benedica Sky e l'idea del Box Sets, la droga perfetta per i malati di serie tv come me.
Insomma, quale occasione migliore di un periodo travagliato per iniziare una nuova serie e farsi travolgere dalle vicende della stessa?
Proprio per questo, oggi vi parlerò di Scandal: una delle tante opere della cinica, ma straordinaria Shonda Rhimes.



SCANDAL

Ideatore: Shonda Rhimes
Produttore: Merri D. Howard, Scott Collins, Matt Byrne, Heather Mitchell
Produttore esecutivo: Shonda Rhimes, Betsy Beers, Mark Wilding
Casa di produzione: ABC Studios ShondaLand
Rete televisa USA: ABC
Rete televisiva Italia: Fox Life
Genere: drammatico, politico



TRAMA:
Olivia Pope, donna di grande determinazione ed entrature politiche, dedica la sua vita a proteggere l'immagine pubblica dell'élite della nazione e i suoi segreti. Ex direttore delle comunicazioni della Casa Bianca per il presidente repubblicano (di ampie vedute) decide di lasciare il posto di lavoro per l'Olivia Pope and Associates, società di gestione delle crisi che ha come motto gladiators in suit. Sperando di iniziare un nuovo capitolo della sua vita (bloccata dall'impossibile relazione col presidente), scopre tuttavia che non può lasciarsi il passato alle spalle. Lo staff della Olivia Pope and Associates è composto dall'avvocato Stephen Finch, affascinante donnaiolo inglese (prima stagione), Harrison Wright, avvocato nero dalla parlantina efficiente (presente fino alla terza stagione), Abby Whelan, investigatrice dello studio, Huck Finn, hacker con un passato da killer di un settore di servizi segreti quale B6-13, e Quinn Perkins, avvocatessa dal volto fresco e dal passato misterioso che impara velocemente il lavoro affiancando sempre più spesso il tormentato Huck. Tutti sono stati salvati o riscattati da Olivia e per questo sono disposti a qualsiasi cosa per lei. Il cinico capo gay dello staff presidenziale Cyrus, suo marito giornalista, un industriale senza scrupoli, la first lady Mellie, un giudice della Corte Suprema, un procuratore distrettuale, un contract killer ex collega di Huck, un deputato democratico nero già fidanzato di Olivia, un ufficiale dei marines agli ordini speciali del presidente, la vicepresidente bigotta, completano l'entourage dei personaggi ricorrenti.


Dopo Grey's Anatomy, Private Practice, How To Get Away With A Murderer e Quantico, eccomi con un altro dei meravigliosi prodotti della cinica, ma inimitabile Shonda - un nome, una garanzia.
Ho iniziato Scandal un sabato mattina, proprio per questa sceneggiatrice, regista e produttrice ricca di talento, in grado di rendere una serie tv qualcosa per cui ti faresti rinchiudere in una clinica psichiatrica... sto esagerando? Nient'affatto. Le sue trame vi causeranno una dipendenza e sono dell'idea che nei prossimi anni dovranno creare gruppi di riabilitazione per gli spettatori delle serie tv di Shonda Rhimes.

Scandal è in grado di catturare lo spettatore, episodio dopo episodio, fino a portarlo in una spirale di curiosità dalla quale è impossibile sottrarsi.
Inizialmente lo trovavo interessante, successivamente coinvolgente, ora è indispensabile.

Vediamo insieme ciò che rende speciale questa serie tv, attraverso i suoi punti di forza:

  • Olivia Pope - come in ogni serie della produttrice in questione, le protagoniste femminili hanno le palle, sono forti e indipendenti, ma ciò che ci permette di amarle sono anche le loro debolezze, che cercano sempre di celare al resto dei personaggi;
  • Intrighi politici - in generale è qualcosa che sicuramente riesce ad affascinare, ma quando c'è di mezzo la Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti, la First Lady e tutti quelli che girano intorno ad essi... avete idea di cosa possa accadere?
  • Le ship - oh, se c'è una cosa che Shonda sa come torturare per bene sono le ship e questo credo lo sappia tutto il mondo. In Scandal non fa che confondere le idee, scottare gli spettatori insieme ai protagonisti per poi lanciare tutti in un mare gelido in grado di far affondare le migliori navi esistenti al mondo;
  • Lo staff della Olivia Pope and Associates - amerete ognuno di loro per i loro pregi e difetti, in modo indistinto. Sarà impossibile pensare a Liv senza di loro, senza i suoi gladiatori in doppio petto;
  • Cyrus Beene - quante ne combinerà questo cinico capo dello staff presidenziale, ma come con la maggior parte dei personaggi sarà impossibile non affezionarsi;
  • David Rosen - tenero procuratore molto intelligente che ha la sfortuna di incontrare Olivia e il suo staff;
  • Mellie, la First Lady - non importa quante sue azioni disapproverete, quale sarà la vostra ship, non importerà nulla: apprezzerete anche lei, perché è uno di quei personaggi così ben caratterizzati da lasciarvi senza opzioni;
  • Fitzgerald Grant, il Presidente degli Stati Uniti - con lui si deve far attenzione perché sa bene come ammaliare e farti cadere ai suoi piedi. Fitz fa battere forte il cuore, usa delle parole che spesso fanno mancare il fiato... insomma, al di là del piccolo dettaglio che è del Presidente degli Stati Uniti che stiamo parlando, Fitzgerald Grant è un prezioso pezzo d'arte per questa serie.

Ci sono moltissime altre ragioni che mi portano ad adorare Scandal, ma no voglio dilungarmi troppo e annoiarvi... in fin dei conti, se non lo state ancora facendo, il mio intento oggi è convincervi che questa serie tv è assolutamente da guardare! Siete ancora qui? Cosa aspettate? :)



STUPENDO, TRAVOLGENTE

lunedì 4 aprile 2016

Ritratto di Signora - Aprile 2016




Ritratto di Signora è rubrica a cadenza mensile in collaborazione con Monica, Miki, Federica, Daniela e Francesca. Parleremo ogni primo Lunedì del mese di questo meraviglioso universo femminile, raccontando storie di donne straordinarie che ci ispirano e ricordano di essere sempre forti e coraggiose.



Bentornati ad un nuovo appuntamento della rubrica Ritratto di Signora.
Il racconto di oggi arriva dalle incredibili mani di Francesca Diotallevi, scrittrice e autrice di Le stanze buie e Amedeo Je t'aime.

Vi lascio a lei... ❤

P.S. le parti in corsivo sono scritte dal pugno di Francesca che ha romanzato il racconto, rendendolo ancora più coinvolgente ed emozionante.





Dolcissima e fragile. Indomita e visionaria. Il mio Ritratto di Signora vuole omaggiare una donna le cui ali spezzate non hanno impedito un volo spericolato sugli abissi insidiosi che la vita le ha riservato: la pittrice Frida Kahlo. 
Una ragazzina come tante, forse più fiera, o solo più cocciuta, a cui è stata riservata la più difficile delle prove: morire e rinascere. Conoscersi di nuovo, e conoscersi in una veste nuova. Fare della propria debolezza un punto di forza, della propria sofferenza un modo per guardare il mondo con occhi diversi, lasciando dietro di sé una scia di dipinti capaci di incantare, di commuovere, di entrarti sottopelle. Capaci di offuscare anche il gigantesco marito-genio Diego Rivera, il più grande artista messicano dell’epoca.
A diciotto anni Frida, ragazza di buona famiglia, che studia per diventare medico, incappa nel Destino: il suo ha la forma di un tram, e le arriva dritto addosso. Frida è sull’autobus che da Città del Messico la sta riportando a casa, a Coyoacàn. Con lei c’è il fidanzato Alejandro. 

Il tram si avvicinò con una lentezza esasperante. Lo vedemmo comparire all’improvviso all’angolo tra Cuahutemotzín e 5 de Mayo, quando stavamo per voltare in Calzada de Tlalpan. Sembrava non avere freni. Fu quella terrificante lentezza a darci la consapevolezza che non ci sarebbe stato scampo. Veniva verso di noi come qualcosa di fatale, a cui sarebbe stato vano opporsi. 
Lo scontro fu inevitabile; poi, senza fretta, il tram iniziò a trascinare l’autobus fino a schiacciarlo contro un muro. 
Ricordo lo stridore di freni, lo scossone iniziale, e la sorprendente elasticità dell’autobus, che sembrò reggere l’urto fino alla fine. Le ginocchia dei passeggeri seduti gli uni di fronte agli altri, sulle panche di legno, arrivarono quasi a toccarsi. Tutto tremò e traballò, in un precario equilibrio. Qualcuno cadde, altri fecero appena in tempo a farsi il segno della croce. Cercai lo sguardo di Alex, e quello che vidi nel fondo dei suoi occhi scuri non mi piacque. Fu in quel momento che iniziai ad avere davvero paura. Fu l’ultimo punto di contatto con quella che, fino a quel momento, era stata la mia vita.
Poi tutto esplose. L’autobus si spezzò a metà, la lamiera si accartocciò come se fosse fatta di cartapesta, le assi del fondo si sollevarono e si frantumarono in centinaia di schegge di legno. Qualcuno cadde nella voragine che si aperta al centro dell’autobus, e venne schiacciato dal tram, che sembrava incapace di arrestare quel suo placido incedere. Passò su di noi come una falce sul grano, non rimase nulla dopo. 
Venni scalzata dal sedile e scaraventata con violenza contro la mia sorte. Qualcosa si frappose, in quel volo disperato. Qualcosa che aveva la durezza e lo spietato gelo del metallo. Mi trapassò da parte a parte, a ricordarmi che la vita è un dono e che basta un soffio a spegnerla. Poi ricaddi a terra, tra i cocci di vetro, il sangue e i pezzi di un’esistenza andata distrutta nel momento stesso in cui quel tram era apparso all’orizzonte. 
Quello che ricordo, di quei pochi istanti in cui conservo una, seppur confusa, memoria, è l’oro. Il cielo era d’oro, sopra di me; erano d’oro i miei abiti strappati, i capelli impastati di sangue e le gambe nude, piegate in una strana posizione. Non sentivo dolore, non sentivo niente. Volevo solo restare a guardare quella nuvola di polvere dorata che si era sollevata quando il cartoccio dell’uomo che, solo pochi istanti prima, era in piedi vicino a me, conteneva. 
«La bailarina, la bailarina!» gridò qualcuno, vicino a me. In quel momento non capii a cosa si riferissero. Ma dovevo offrire uno spettacolo bizzarro, ricoperta d’oro e con il corrimano di metallo del tram che mi trapassava il corpo. Mi aveva trafitto nello stesso modo in cui una spada trafigge un toro. Feci un sospiro, sentendo all’improvviso una grande stanchezza. Pensai al parasole che mi aveva prestato mia sorella Cristina. Pensai al balero dai bei colori che avevo comprato proprio quel pomeriggio e che tenevo nella cartella. Sperai che non si fosse sciupato; provai a cercarlo ma scoprii, un po’ sorpresa, di non averne le forze. 
«Sta morendo?» domandò qualcuno, accanto a me.
«L’ambulanza sta arrivando» rispose un’altra voce.
«Non farà mai in tempo.»
Chiusi gli occhi. Quella che ero stata fino a quel momento, la Frida che per diciotto anni aveva abitato il mio corpo agile e aggraziato, morì su quella strada, palcoscenico su cui si era consumata la prima tragedia della mia vita.

Dicono che per costruire qualcosa di nuovo vada distrutto ciò che c’era prima. Anche per Frida andò così. La ragazza spensierata che fino a quel momento aveva vissuto la vita con entusiasmo e leggerezza scomparve per lasciare il posto a una creatura nuova, più profonda e inevitabilmente segnata. La nuova Frida ha uno sguardo serio, capace di guardare oltre, di indagare al di là della superficie delle cose. La nuova Frida conosce il dolore, quello che ti morde la carne senza tregua, e impara a conviverci. Ci convivrà per tutta la vita, che non sarà lunga, ma sarà una vita coraggiosa, sempre tesa a sfidare i propri limiti, quelli del corpo e quelli dell’anima. 

Il bollettino medico, che un dottore dall’aria contrita fece a me e alla mia famiglia, scandendo bene ogni parola, aveva dell’incredibile. L’incidente mi aveva spezzato la colonna vertebrale in tre punti; mi si erano rotti anche l’osso del collo, la terza e la quarta costola.  La gamba sinistra aveva riportato undici fratture e il piede si era dislocato e schiacciato. La spalla sinistra era uscita dalla sua sede e le pelvi si erano frantumate in tre punti. Il corrimano di metallo del tram mi aveva perforato l’addome ed era uscito attraverso la vagina. Più tardi ci avrei scherzato, dicendo che avevo perduto così la verginità.
Il fatto che fossi ancora viva era un miracolo, ma non tutti sembravano pensarla così. Mia madre si era chiusa in un ostinato mutismo, non aveva neanche la forza di venirmi a trovare. A chi glielo chiedeva rispondeva che sarebbe stato meglio che me ne fossi andata senza soffrire, invece di restare in vita ed essere costretta a quel supplizio.
Ed era un vero supplizio. Il dolore andava e veniva a ondate, senza darmi tregua. Completamente immobilizzata, me ne stavo a fissare il soffitto bianco dell’ospedale per ore, le lacrime che mi rigavano le guance a causa della sofferenza e della frustrazione. I miei spericolati voli di uccello erano finiti, restava solo il gesso che mi paralizzava e la struttura dentro a cui ero rinchiusa, simile a un sarcofago.  
Di notte la morte danzava attorno a me, facendosi beffe della mia sciocca ostinazione. Ma non gliela avrei data vinta. Mai.

Frida sopravvive, dunque. Passa lunghi mesi immobilizzata a letto, rinchiusa in busti di gesso che le impediscono di muoversi. La pittura arriva in punta di piedi, a salvarla, a occupare uno spazio vuoto, a impossessarsi di ogni aspetto della vita di questa ragazza spezzata, ma intenzionata a non lasciarsi sopraffare. Nemmeno dall’abbandono del fidanzato, incapace di conciliare l’immagine della ragazza allegra e gioiosa con questa nuova Frida invecchiata, di colpo, di cent’anni.

Aprii gli occhi, sbattendo le palpebre nella calda luce del tardo pomeriggio. Avevo le labbra secche, incollate tra di loro. Da mesi vivevo in uno stato di completo intorpidimento, non ricordavo più che giorno era, entravo e uscivo dal dormiveglia. Le mie notti erano popolate di incubi, le giornate diluite nella noia. Il dolore era una morsa continua, come un cane che azzannava senza tregua la mia carne. L’immobilità mi stava consumando. Mi sentivo una pianta che avvizziva in un angolo buio. Senza luce e pioggia che ridessero linfa al mio spirito inaridito mi sarei spenta fino a morirne. 
Voltai il viso verso il comodino, in cerca di del bicchiere d’acqua con cui dare sollievo alla mia gola riarsa e mi accorsi che mio padre era al mio fianco. Seduto sulla sedia su cui si alternavano i membri della mia famiglia,  e le poche persone che ancora venivano a farmi visita, mi osservava con i profondi occhi scuri sotto le folte sopracciglia nere. 
«Papà» buttai fuori, con una smorfia di dolore, mentre cercavo, inutilmente, di sgranchire il mio corpo nel busto di gesso. Mi sentivo come un mollusco chiuso in un carapace troppo stretto e talvolta mi chiedevo se esistesse ancora la mia pelle, là sotto. Se ci fossero le ossa, se il mio cuore battesse ancora. Spesso, nel corso dei mesi, mi ero sentita tutt’uno con quel calco che mi avevano sagomato addosso, appendendomi per la testa per fare in modo che, mentre si asciugava, la mia spina dorsale fosse perfettamente dritta. Una statua vivente, ecco cos’ero. Un bizzarro esperimento che faceva di me una creatura a metà. Viva, eppure tenuta lontana da quella vita che avevo amato con ogni fibra del mio essere, bloccata in quel letto che era prigione e tomba di ogni mio sospiro. Un colibrì a cui avevano spezzato le ali, che abitava un pianeta di dolore, trasparente come ghiaccio. Avevo imparato ogni cosa di colpo; se le persone che mi circondavano erano cresciute un poco alla volta, io ero invecchiata in pochi istanti, e mi sentivo già stanca di tutto.
«Mia piccola Frida» mormorò mio padre, abbozzando un sorriso. «Come ti senti, oggi?»
Pensai a cosa avrei voluto rispondere, poi scossi la testa. Non volevo condividere con lui la mia sofferenza, né con nessuno della mia famiglia. Li avevo messi fin troppo alla prova; ogni loro patimento era un senso di colpa che andava ad accumularsi agli altri, quelli che, nonostante tutto, provavo per essere diventata perenne fonte di preoccupazione. 
«Un po’ meglio di ieri e un po’ peggio di domani» dissi, per non angosciarlo più di quanto già non fosse. 
«Be’, io credo che oggi ti sentirai un po’ più felice» disse lui, chinandosi per prendere qualcosa che aveva appoggiato per terra, al suo fianco. Quando si sollevò vidi che tra le mani stringeva una scatola. La conoscevo bene, era la scatola dei suoi colori a olio. Da bambina mi piaceva sedermi accanto a lui e vederlo sfoggiare le sue modeste capacità pittoriche. Si cimentava per lo più nei paesaggi che offriva Coyoacán. Io, che ero affascinata da qualunque cosa facesse mio padre, studiavo ogni sua mossa nei minimi dettagli, cercando di non perdermi nemmeno un passaggio di quel processo affascinante che rendeva una tela bianca un luogo popolato di immagini e colori. I colori, soprattutto, mi interessavano. Mi piaceva vedere il modo in cui potevano essere sfumati, il modo con cui davano vita alle forme.
«I tuoi colori a olio?» domandai, perplessa. Sapevo che li teneva con grande cura e ne era molto geloso.
Lui annuì: «Ora sono tuoi. Io e tua madre abbiamo pensato…» si bloccò, indeciso su come proseguire. «Da bambina ti piaceva molto disegnare. Potrebbe essere un modo di passare il tempo.»
Levai le sopracciglia, stupita da quella nuova prospettiva che mio padre mi stava offrendo. Di tempo ne avevo fin troppo a disposizione. Avrei accolto con gioia qualunque diversivo si fosse frapposto fra me e quella noia spietata che mi avvelenava le giornate, portandomi a fissare il baldacchino del mio letto spesso per ore. 
Mia madre, in un impeto di intraprendenza, mi aveva fatto preparare da un falegname un cavalletto grazie al quale avrei potuto dipingere stando sdraiata. Era un diversivo interessante e mi ci accostai con un entusiasmo che non avvertivo da tempo, salvo bloccarmi, dopo pochi minuti, davanti all’ineluttabilità della tela bianca. 
Mi guardai intorno, smarrita. Ero sola. In grembo avevo i colori a olio di mio padre, un lapis con cui tracciare il bozzetto e un paio di pennelli un po’ spelacchiati, ma più che validi per quello che mi proponevo di fare. Sollevai la matita e la soppesai nel palmo per alcuni secondi, premendo la mina contro i polpastrelli. La avvicinai alla tela, poi la scostai. La mia mano rimase sospesa a mezz’aria. Cosa avrei dovuto dipingere, esattamente? Da bambina disegnavo ciò che mi suggeriva l’immaginazione. Spesso, nei momenti di solitudine, avevo tracciato con la punta l’indice la sagoma di una porta sulla condensa di un vetro appannato. Da quella porta ero scappata tante volte per raggiungere la mia amica immaginaria, una bambina della mia età con cui condividevo i miei sogni. Mi chiesi se quella bambina esistesse ancora, da qualche parte dentro di me. Se fosse cresciuta e che aspetto avesse, dopo tutti quegli anni. Riportai la mano alla tela e traccia un ovale un po’ incerto, poi provai ad abbozzare un naso e degli occhi. Mi bloccai di nuovo. Non riuscivo a proseguire senza un modello a cui affidarmi, ma non avrei saputo a chi domandare di posare. Ebbi la risposta ruotando il viso verso la cassettiera appoggiata al muro e sovrastata da una specchiera. Chi, meglio di me, poteva restare fermo nella stessa posizione, senza muovere un muscolo, per ore, giorni, mesi?
Nei giorni successivi i miei genitori fecero montare uno specchio sul lato inferiore del baldacchino che sovrastava il mio letto. Eccomi lì, il volto incavato e gli angoli della bocca piegati all’ingiù dall’inerzia. Solo gli occhi trasmettevano una ferma volontà e mi ricordavano che, nonostante tutto, ero più viva che mai. Non era il corpo a decidere, ma lo spirito, e il mio era ancora forte e combattivo.
Era un modo di ricominciare e ricominciavo da me, studiandomi in uno specchio, andando oltre quel corpo che era prigione e ancora di un’anima che sognava solo il cielo e la sua sconfinatezza.
Nel momento stesso in cui stesi la prima pennellata di colore, per sovrastare il bianco che mi opprimeva, perché mi ricordava quello dell’ospedale, avvertii un frullare di ali. E capii che la Pelona non mi aveva piegato, non ancora. 
Dipinsi seguendo il mio istinto; non avevo compiuto studi in materia, se non qualche sporadica lezione acquisita dall’incisore Fernando Fernández, un caro amico di mio padre presso cui avevo lavorato per un breve periodo, per mettere da parte qualche soldo. 
Lentamente, dalla tela che avevo davanti, emerse un volto, il mio. Emersero gli occhi pieni di vita, le labbra atteggiate in un lieve sorriso, i capelli raccolti e il collo lungo. C’era qualcosa di aristocratico nel modo in cui mi ero raffigurata, che dovevo all’arte italiana che Fernández mi aveva mostrato nel suo studio. Una Madonna rinascimentale?
No, non ero una santa. Mi dipinsi con un abito di velluto rosso dalla scollatura vertiginosa. Il quadro sarebbe stato un regalo per Alex, un dipinto che gli avrebbe ricordato cosa si era lasciato alle spalle abbandonandomi in quel letto messicano mentre lui viaggiava per l’Europa.
Il mio primo approccio all’arte venne alimentato dal senso di rivalsa. Una rappresaglia alla cattiva sorte che mi perseguitava e che mi aveva tolto tanto. 
Guardai il dipinto. Non era eccelso, era anzi un primo tentativo molto modesto, ma esprimeva qualcosa: un bisogno di risarcimento che si esprimeva attraverso linee e colori fino a dare voce alla mia sete di vita. 
In quel momento, con le dita ancora sporche di colore e l’odore di olio e trementina che aleggiava nell’aria, mi resi conto di essere rinata. Attorno, improvvisamente, avevo un mondo intero; come quando, da bambina, mi bastava disegnare una porticina nella condensa di un vetro per viaggiare oltre me stessa. 
L’arte era la strada. L’arte era la vita.
Frida, scrissi sotto al ritratto. 
Sì, Frida, la nata due volte.

Frida torna a camminare, e torna ad amare, innamorandosi del gigante (fisicamente e artisticamente parlando) Diego Rivera. Lo sposa, contro il parere contrario dei genitori, che definiscono la loro unione l’incontro tra una colomba e un elefante. Sopporterà, oltre ai propri problemi di salute, anche i dolori inferti al suo cuore dalla maternità negata a causa dell’incidente, e dalla leggerezza del marito, che non perde occasione per tradirla, pur amandola più di qualunque altra cosa. L’ultimo tradimento viene consumato con la sorella minore di Frida, Cristina. È la goccia che fa traboccare il vaso, Frida non regge il colpo. La coppia divorzia.

Io sono dolore. Poso le mani sui reni, cercando di raddrizzare la schiena; è come raddrizzare un albero abbattuto dalla tempesta. Fa male, ma alla sofferenza sono abituata da tanto, troppo tempo. Se guardo indietro non riesco a ricordare cosa significhi vivere senza l’impressione che il corpo, che minaccia di disfarsi a ogni respiro, si tenga invece insieme per miracolo. È questo che la gente sussurrava di me, dopo il primo dei due brutti incidenti che mi sono capitati nella vita: è una miracolata. Io, però, non ci ho mai creduto. La mia salvezza, se di salvezza si è trattato, l’ho vissuta come una condanna. Se è vero che per ogni cosa c’è un prezzo da pagare, il mio debito per essere sopravvissuta credo di averlo saldato da un pezzo. Questo la pelona dovrebbe saperlo. 
Appoggio il pennello sulla tavolozza, il quadro che ho davanti è uno dei più grossi che abbia mai dipinto. Lo volevo così, ingombrante, impossibile da ignorare. Due Frida mi osservano dalla tela. Due me stessa con un solo cuore, diviso a metà. Una è seria, imperturbabile. Nella mano sinistra stringe una foto di Diego bambino, da cui parte una vena che da lui prende nutrimento. La destra è aggrappata alla mano dell’altra Frida, la Frida spaventata, quella che sta morendo dissanguata. La pinza da chirurgo con cui tenta di fermare l’emorragia non basterà a salvarla. Il sangue le macchia la gonna, sbocciando come fiori cremisi sul pesante cotone bianco. 
Lo osservo con aria critica, accendendo una sigaretta. Il fumo si solleva davanti a me, componendo e scomponendo immagini. Diranno che è macabro, spaventoso, funesto. Sì, lo è. È come l’amore, la vita, la morte. È speranza delusa, affetto tradito e desiderio frustrato. È ciò che sono io in questo momento: una donna divisa. Divorziata.
Penso a cosa significa questa parola, per me. È il fallimento di un sogno in cui ho creduto con cieca determinazione. È un naufragio che mi lascia senza forze. Tante volte mi sono rialzata nella vita, e non parlo per metafore. Ci ha provato, la sorte, a spezzarmi le gambe e la schiena. Mi ha lasciato inerme, alla deriva di un mare in tempesta. Ma non è bastato. 
Spengo la sigaretta e ne accendo un’altra. Dicono che fumi troppo, e che beva troppo. E che sia troppo magra, troppo debole e cagionevole per sopportare tutto questo. Ma non mi interessa. Guardo il quadro che ho davanti, l’ennesimo autoritratto che mi aiuta a fare chiarezza, a scorgere me stessa oltre la fragilità della mia pelle. Qui sono colore vibrante ed emozione. Qui sono Frida, molto più di quanto non lo sia nella vita vera. Vivo attraverso una tela, oltrepasso i confini dei mondi, fisso i sentimenti con una sfumatura, in modo che non mi sfuggano mai più, che restino a ricordarmi chi sono e cosa provo. 
Non sono stata sempre così. C’è stato un tempo in cui tutto questo non aveva importanza, volevo solo vivere, diventare medico, essere felice. Volavo con la spensieratezza di un uccello dalle ali robuste. Un uccello che non teme venti e tempeste.
 Poi c’è stato l’incidente, il primo, quello che ha deciso il mio destino. Mi ha tolto tanto, ma in cambio mi ha donato uno sguardo nuovo, capace di guardare oltre; mi ha donato l’arte e la consapevolezza che ogni istante può essere l’ultimo.
Il secondo incidente, di gran lunga il peggiore, è stato mio marito Diego.

Nonostante tutto, Frida e Diego sembrano destinati a stare insieme, creati per appartenere l’uno all’altra. Si risposano, ed è Diego ad assistere l’amata moglie nei suoi ultimi anni, che sono fatti di atroci sofferenze fisiche. Frida ormai non si alza più dal letto. La colonna vertebrale è a pezzi, le hanno amputato una gamba a causa della cancrena, e tutto il fisico inizia a cedere. 
Prima di andarsene Frida annota nel suo diario: Spero che la fine sia gioiosa, e spero di non tornare mai più. 
Di lei rimangono i suoi quadri, compagni di viaggio, testimoni intimi, talvolta dolenti, altre surreali, di una vita vissuta fino all’ultimo respiro con coraggio e tenacia. 

Una funambola sospesa ad altezze vertiginose; un corpo traditore, creato per contenere sofferenza, e una mente libera, in grado di librarsi sopra le brutture della quotidianità. Questo è stata Frida Kahlo, un’anima bella.

venerdì 1 aprile 2016

Roller Coaster Summary - March 2016




Roller Coaster Summary è rubrica di BTS of my Soul a cadenza mensile, che ha l'intento di riportare i blogger sulla giostra di emozioni provate nel mese precedente grazie ai libri e film.

  1. Favorite  book cover/poster? Copertina/locandina preferita?
  2. Favorite character? Personaggio preferito?
  3. Favorite phrase/dialog? Frase/dialogo preferito?
  4. Worst book/film? Peggior libro/film?
  5. Summarize your month with a pic/gif. Riassumi il tuo mese con un'immagine/gif.







Finalmente sono tornata! Scusate la mia assenza, purtroppo non ho avuto molto tempo e, per non pubblicare dei post poveri di contenuto, ho preferito lasciare il blog vuoto per qualche giorno.

Allora, siete pronti per il recap di un Marzo piuttosto monotematico? :)
Già sapevo che questo mese non avrei parlato d'altro... ❤

FAVORITE COVER



Sinceramente non sono in grado di dirvi se la copertina mi piace perché amo questa storia come nessun'altra... ha davvero importanza? Quando la guardo non faccio che ricordare scene della storia come se ne avessi visto il film, è così bello ed emozionante da mettere i brividi.
Vedere il cavaliere di bronzo, la cattedrale, la neve, l'oscurità di un momento così difficile... è decisamente la copertina perfetta per questo romanzo indimenticabile.



FAVORITE CHARACTER


Alexander Barrington, uomo di valore, coraggioso, protettivo, forte, seducente, magnetico, innamorato e del quale è impossibile non innamorarsene.

Se ho amato tanto questo romanzo è anche grazie alla presenza di un personaggio disarmante come lui; un uomo da ammirare, in grado di farsi amare anche con i suoi difetti - e credetemi, nel corso della storia farà in modo di farveli conoscere.

Alexander rappresenta l'ideale di eroe. Il tipo d'uomo dal quale correresti quando hai bisogno di conforto; le braccia nelle quali ti faresti stringere per sentirti al sicuro; la dolce metà con la quale sai di aver trovato il tuo safe-place... nonostante la guerra, le bombe, la fame e tutti i problemi che ti stanno tormentando.

Soldato, capitano, maggiore... qualunque sia il suo grado, Anthony Alexander Barrington Belov è quel meraviglioso e altissimo uomo americano che vi toglierà il fiato, facendovi innamorare fin dalle prime pagine del libro.



FAVORITE PHRASE/DIALOG



Tatiana si stringeva ad Alexander nelle fredde acque del Kama. "Guarda il sole che sorge sui monti. È bello, vero?" mormorò. Lui non si curava dell'alba, ma guardava il viso dell'amata e lo accarezzava con una mano, mentre con l'altra la stringeva a sé. "Ho trovato il vero amore sulle rive del Kama."
"Io l'ho trovato in via Saltjkova-Scedrina, mentre mangiavo il gelato seduta su una panchina."
"Non mi hai trovato. Non mi stavi neanche cercando. Sono io che ti ho trovata."
Lunga pausa. "Tu mi... stavi cercando?"
"Da una vita".





WORST BOOK/FILM

Purtroppo, o per fortuna, tra il lavoro e i diversi impegni non ho molto tempo libero e Il cavaliere d'inverno e Tatiana & Alexander, essendo dei libri piuttosto impegnativi, non mi hanno lasciato la possibilità di leggere altro. In campo cinematografico, in seguito alla scorpacciata pre-Oscar, ho rallentato, quindi direi che per questo mese non ho dei titoli per il peggior film e/o libro.



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Paullina Simons, con i suoi Tatiana e Alexander, mi ha letteralmente fatto crollare le barriere difensive che mi ero costruita, permettendo quindi al mio cuore di lasciarsi andare ad ogni genere di emozione. Il mese di Marzo è stato davvero faticoso, pieno d'amore, odio, paura, ansia, rabbia, dolore, apprensione... Insomma, la brava scrittrice mi ha ricordato che nelle nostre vene scorrono valanghe di indomabili sentimenti.

E così anche per questo mese ho finito. Che mi dite di voi? Com'è stato il vostro Marzo?
Attendo le vostre risposte alle cinque domande. :)

Un abbraccio a tutti,
Jennifer